
24 ore nei panni di un anziano iniziano con qualcosa che quasi nessuno considera un problema: alzarsi dal letto.
Mi chiamo Carlo, ho 84 anni e vivo da solo al quarto piano di un palazzo costruito quando l’ascensore era considerato quasi un lusso.
L’ascensore infatti non c’è.
Sento meno di qualche anno fa, soprattutto quando ci sono rumori di fondo. Le gambe funzionano ancora abbastanza bene, ma le scale sono diventate più lunghe. O forse sono io a essere diventato più lento.
Mia figlia mi telefona ogni sera e continua a dirmi che dovrei farmi aiutare di più.
Io continuo a risponderle la stessa cosa.
“Sto bene.”
Oggi, però, sarai tu a vivere la mia giornata.
Non dovrai soltanto leggere quello che faccio. In alcuni momenti dovrai scegliere cosa faresti al mio posto.
Perché osservare una difficoltà dall’esterno è semplice.
Viverla è tutta un’altra cosa.
Ore 7:12, la giornata comincia prima ancora di alzarsi
Apro gli occhi e rimango qualche secondo fermo.
Non perché abbia ancora sonno.
Prima di mettermi in piedi devo capire come stanno le gambe oggi.
Muovo una caviglia. Poi l’altra. Mi siedo sul bordo del letto e aspetto qualche secondo.
Una volta mi alzavo di scatto.
Adesso ho imparato che è meglio non avere fretta.
Le pantofole sono a terra, leggermente più lontane del solito. Potrei chinarmi per prenderle oppure alzarmi scalzo e fare due passi.
Sembra una decisione insignificante.
Ma proprio qui comincia la giornata.
Ti chini, rischiando di perdere l’equilibrio, oppure fai due passi sul pavimento senza scarpe?
Qualunque scelta tu faccia ha un piccolo rischio.
Ed è questa una delle prime differenze tra la mia giornata e la tua: azioni che per te sono automatiche, per me richiedono una decisione.
Ore 7:45, fare colazione non è più un gesto automatico
In cucina preparo il caffè.
La tazzina è nello scaffale in alto.
Per prenderla devo allungare il braccio più del solito.
Potrei utilizzare quella che si trova nello scolapiatti, ma è una tazza grande e a me il caffè piace nella mia tazzina.
Quella bianca, con il bordo blu.
Ce l’ho da vent’anni.
Qualcuno potrebbe dire: “Basta spostare tutte le tazze più in basso”.
Probabilmente avrebbe ragione.
Ma casa mia non è organizzata soltanto in base alla comodità.
È organizzata secondo quarant’anni di abitudini.
Cambiare posizione a un oggetto può sembrare una soluzione pratica. Per me significa anche ammettere che non riesco più a fare qualcosa come prima.
E non sempre ho voglia di farlo.
Ore 8:30, il telefono squilla ma non capisco chi parla
24 ore nei panni di un anziano significano anche scoprire quanto una telefonata apparentemente semplice possa diventare complicata.
Il telefono suona mentre sto lavando una tazza.
Chiudo l’acqua e rispondo.
“Pronto?”
Dall’altra parte qualcuno parla velocemente.
Sento una voce maschile. Capisco il mio cognome. Poi qualcosa che potrebbe essere “appuntamento”, oppure “pagamento”.
Chiedo di ripetere.
La persona ripete, ma quasi alla stessa velocità.
Mi vergogno a chiedere una terza volta.
Così rispondo: “Va bene, grazie”.
Riattacco.
Adesso immagina di essere al mio posto.
Richiameresti immediatamente qualcuno per chiedere aiuto oppure aspetteresti, sperando che la telefonata non fosse importante?
Io aspetto.
Non voglio chiamare mia figlia alle otto e mezza del mattino per dirle che non ho capito una telefonata.
Ha il lavoro.
Ha i bambini.
Ha la sua vita.
E così una piccola difficoltà uditiva diventa un’informazione che forse ho perso.
Ore 9:40, manca il latte
Apro il frigorifero.
La bottiglia è quasi vuota.
Dovrei andare al supermercato.
Il negozio non è lontano. Saranno quattrocento metri.
Quattrocento metri sembrano pochissimi.
Il problema non sono i quattrocento metri.
Il problema sono i quattro piani.
Scendere è relativamente semplice.
Poi dovrò camminare fino al supermercato, fare la spesa, portare le buste e tornare indietro.
Infine ci saranno di nuovo le scale.
Posso rimandare a domani.
In fondo il latte non è indispensabile.
È così che alcune abitudini iniziano a cambiare.
Prima si rinuncia al latte.
Un’altra volta alla frutta.
Poi magari a qualcosa che pesa troppo.
La spesa non viene più organizzata in base a ciò che serve, ma in base a ciò che riesco a trasportare fino al quarto piano.
Ore 10:15, scendere oppure restare a casa?
24 ore nei panni di un anziano possono trasformare una semplice uscita in una piccola pianificazione strategica.
Alla fine decido di andare.
Prendo il portafoglio, le chiavi e una borsa.
Davanti alla porta mi fermo.
Ho dimenticato gli occhiali.
Sono sul tavolo della cucina.
Tornare indietro significa pochi metri.
Eppure provo quella piccola irritazione che nasce quando ogni movimento richiede più energia di quanto dovrebbe.
Recupero gli occhiali.
Chiudo la porta.
Inizio a scendere.
Quarto piano.
Terzo.
Secondo.
Al primo incontro una vicina.
Mi dice qualcosa sorridendo.
Il vano scale rimbomba.
Non capisco quasi niente.
Sorrido anch’io.
“Certo, certo.”
Non so a cosa abbia appena risposto.
Ore 11:00, al supermercato tutto sembra più veloce
Il supermercato è pieno.
Carrelli, casse automatiche, annunci dagli altoparlanti, persone che parlano.
Quando ci sono molti rumori insieme faccio più fatica a distinguere le parole.
Alla cassa la ragazza mi chiede qualcosa.
Non capisco.
Le porgo la carta.
Lei ripete.
Questa volta afferro la parola “sacchetto”.
Annuisco.
Dietro di me ci sono tre persone.
Le sento aspettare.
Nessuno dice nulla, ma io percepisco la fretta.
E quando percepisci che qualcuno sta aspettando, inizi a fare tutto più velocemente.
Solo che a 84 anni andare più velocemente non significa necessariamente fare meglio.
Metto il portafoglio nella tasca sbagliata.
Prendo la busta.
Esco.
Dopo venti metri mi chiedo se ho ripreso la carta.
Mi fermo.
Controllo il portafoglio.
La carta c’è.
Riparto.
Ore 11:35, ora bisogna risalire
24 ore nei panni di un anziano cambiano completamente significato davanti a quattro rampe di scale e una borsa della spesa.
Il portone si chiude dietro di me.
Guardo verso l’alto.
Non vedo il quarto piano, naturalmente.
Vedo soltanto la prima rampa.
Salgo lentamente.
Al primo piano cambio la busta di mano.
Al secondo mi fermo.
Fingo di controllare qualcosa nel sacchetto nel caso qualcuno passi.
Non voglio sembrare affaticato.
È curioso quanto possa essere importante mantenere certe apparenze.
Al terzo piano appoggio la spesa sul gradino.
Mi riposo.
Poi riparto.
Quando finalmente entro in casa non ho più voglia di preparare il pranzo che avevo immaginato.
Farò qualcosa di semplice.
Ed ecco un altro piccolo effetto invisibile.
La fatica della spesa cambia anche ciò che mangerò.
Ore 13:10, cucinare oppure scegliere la soluzione più semplice?
Ho comprato zucchine, pomodori e del pesce.
Avevo pensato di cucinare.
Adesso guardo tutto sul piano della cucina.
Poi apro la credenza e vedo un pacco di cracker.
Potrei preparare il pesce.
Dovrei prendere la padella, pulire le verdure, accendere i fornelli e poi lavare tutto.
Oppure potrei mangiare qualcosa di veloce.
Che cosa faresti?
Visto da fuori, il consiglio è semplice: bisogna mangiare bene.
Vissuto da dentro, invece, il ragionamento cambia.
Non scelgo sempre ciò che sarebbe meglio per me.
A volte scelgo semplicemente quello che richiede meno energia.
Ore 14:30, il citofono
24 ore nei panni di un anziano mostrano quanto anche la tecnologia più semplice possa creare incertezza.
Suona il citofono.
Rispondo.
La voce è disturbata.
“Chi è?”
Qualcuno dice qualcosa.
Non capisco.
Potrebbe essere il corriere.
Potrebbe essere un tecnico.
Potrebbe essere qualcuno che ha sbagliato interno.
Chiedo di ripetere.
La risposta arriva ancora più confusa.
Adesso devo decidere.
Apro oppure no?
Se non apro e si tratta di qualcosa destinato a me, perderò la consegna.
Se apro senza sapere chi c’è, potrei far entrare uno sconosciuto.
Questa volta non apro.
Dopo qualche minuto guardo dalla finestra.
Non vedo nessuno.
Per il resto del pomeriggio rimarrò con il dubbio.
Ore 16:00, una prenotazione che ormai si fa online
Devo prenotare una visita.
Una volta telefonavo.
Adesso sul foglio c’è scritto che posso farlo attraverso un portale.
Mia figlia mi ha mostrato come funziona.
Ricordo più o meno.
Prendo il tablet.
La password non viene accettata.
Provo di nuovo.
Niente.
C’è scritto “password dimenticata”.
Premo.
Arriva un codice sul telefono.
Passo dal tablet al telefono.
Leggo il codice.
Torno sul tablet.
La schermata nel frattempo è cambiata.
Ricomincio.
Alla terza volta appoggio il tablet sul tavolo.
“Lo faccio dopo.”
Molte rinunce cominciano così.
Non con un “non sono capace”.
Con un semplice “lo faccio dopo”.
Ore 17:20, mia figlia chiama
24 ore nei panni di un anziano arrivano prima o poi a una domanda apparentemente innocua: “Tutto bene?”
Il telefono squilla.
È mia figlia.
“Ciao papà, come va?”
“Bene.”
Mi chiede se sono uscito.
“Sì, sono andato a fare la spesa.”
Non le racconto che mi sono fermato sulle scale.
Non le racconto della telefonata che non ho capito.
Non le racconto del citofono.
Non le racconto che non sono riuscito a prenotare la visita.
Perché?
Non sto cercando di nasconderle qualcosa.
Sto semplicemente selezionando ciò che considero abbastanza importante da raccontare.
E poi conosco mia figlia.
Se le dicessi tutto, probabilmente inizierebbe a preoccuparsi.
Forse mi direbbe di non andare più al supermercato da solo.
Forse proporrebbe di mandarmi qualcuno.
Io voglio ancora fare la spesa.
Quindi dico che va tutto bene.
Ore 18:40, uscire di nuovo?
Un vecchio amico mi ha invitato al bar.
Una volta sarei uscito senza pensarci.
Ora guardo fuori.
Tra un’ora sarà buio.
Significa scendere quattro piani, camminare, stare in un locale rumoroso dove probabilmente capirò metà delle conversazioni e poi tornare a casa con poca luce.
Potrei andarci.
Fisicamente ne sono ancora capace.
Ma ne vale la fatica?
Scrivo che oggi sono stanco.
Sarà per un’altra volta.
La settimana scorsa avevo risposto la stessa cosa.
Ore 20:10, la casa cambia quando arriva la sera
24 ore nei panni di un anziano fanno capire che anche gli stessi ambienti possono diventare diversi quando cambia la luce.
Accendo la lampada del corridoio.
Poi quella della cucina.
Da qualche tempo preferisco avere più luci accese.
Vedo meglio gli ostacoli.
Prima di andare in bagno devo attraversare il corridoio.
C’è un piccolo tappeto.
È lì da almeno quindici anni.
Non ci sono mai inciampato.
Eppure questa sera, quando il piede sfiora leggermente il bordo, mi fermo.
Lo guardo.
Per un attimo penso di toglierlo.
Poi lo sistemo con il piede.
Domani magari lo sposterò.
O forse no.
Ore 21:30, una domanda semplice
Sono davanti alla televisione.
Il volume è alto.
Me ne accorgo soltanto quando parte la pubblicità.
Lo abbasso.
Penso alla giornata.
Non è successo niente di grave.
Non sono caduto.
Non mi sono perso.
Non ho dimenticato il gas acceso.
Non ho avuto bisogno di chiamare nessuno.
Da fuori, quindi, è stata una giornata normale.
Ma prova a contarle.
La fatica per alzarmi.
La telefonata che non ho capito.
La decisione se andare a fare la spesa.
Le scale.
Il supermercato rumoroso.
La borsa da portare fino al quarto piano.
Il pranzo cambiato per stanchezza.
Il citofono incomprensibile.
La prenotazione digitale abbandonata.
L’uscita con un amico rimandata.
Il tappeto che improvvisamente noto più di prima.
Nessuno di questi episodi, preso singolarmente, sembra enorme.
Messi insieme occupano quasi tutta la giornata.
Ore 22:45, cosa significa davvero essere autonomi?
24 ore nei panni di un anziano terminano con una domanda che non ha una risposta semplice: quando una persona smette davvero di essere autonoma?
Io vivo ancora solo.
Cucino.
Faccio la spesa.
Pago le bollette.
Mi lavo.
Esco.
Uso il telefono.
Quindi sono autonomo?
Sì.
Ma la risposta non è completa.
Sono autonomo pagando ogni attività con una quantità crescente di attenzione, energia e organizzazione.
Quello che per altri richiede un gesto, per me qualche volta richiede una decisione.
Quello che per altri è un contrattempo, per me può modificare il resto della giornata.
Forse il vero punto non è chiedersi soltanto se una persona anziana riesca ancora a fare qualcosa.
Bisognerebbe chiedersi anche quanto le costa farlo.
Il giorno dopo potresti vedere le stesse cose in modo diverso
Questa giornata non racconta necessariamente la vita di ogni persona di 84 anni.
Ogni anziano ha capacità, condizioni di salute, abitudini e livelli di autonomia differenti.
Ma serve a mostrare qualcosa che dall’esterno rischia di rimanere invisibile.
Una scala non è soltanto una scala.
Una password non è soltanto una password.
Una busta della spesa non è soltanto una busta.
Un locale rumoroso non è soltanto un locale rumoroso.
Quando piccoli ostacoli si accumulano, possono influenzare alimentazione, relazioni sociali, accesso ai servizi, sicurezza e desiderio di uscire di casa.
Per questo aiutare non significa necessariamente fare tutto al posto della persona.
A volte significa osservare quale singolo ostacolo, se eliminato, potrebbe restituirle una parte importante della giornata.
Dopo 24 ore nei panni di un anziano, la domanda cambia
24 ore nei panni di un anziano possono insegnarci a formulare una domanda diversa.
“Riesci ancora a fare la spesa?” potrebbe non essere sufficiente.
La domanda più utile potrebbe essere: “Quanto ti costa fare la spesa?”
“Riesci a prenotare una visita?” può diventare: “Quanto è diventato complicato prenotarla?”
“Perché non esci più?” può trasformarsi in: “C’è qualcosa che rende uscire più faticoso di prima?”
Sono differenze piccole.
Ma spesso è proprio dalle domande più precise che emergono i bisogni che una persona anziana non racconta spontaneamente.
Perché autonomia non significa necessariamente riuscire a fare tutto da soli.
Può significare anche ricevere l’aiuto giusto, nel punto giusto, senza perdere la possibilità di continuare a scegliere.
E forse è questa la cosa più importante che una giornata nei panni di Carlo può insegnarci.
Prima di decidere di cosa abbia bisogno una persona anziana, proviamo almeno per un momento a guardare il mondo dalla sua altezza, con le sue energie, i suoi tempi e le sue paure.
Potremmo scoprire che gli ostacoli più grandi sono proprio quelli che, dal nostro punto di vista, sembravano minuscoli.
Se ritieni che un tuo caro abbia bisogno di aiuto, contattaci.


































































































